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PITBULL - STORIE DI CANI DA COMBATTIMENTO

Napoli, fa caldo, caldissimo. Fuori da un basso, un monolocale che dà sulla strada, un bambino a piedi nudi gioca con un cane, tirandogli le orecchie. Il pitbull ha quattro anni, ed è uno di quelli che non ha resistito al primo combattimento (“la prova”, come dicono qui, che serve a testare l’aggressività dell’animale). Alle spalle della casa, nell’androne di un palazzo che è più simile a un vicolo abbandonato (e ancora inagibile dal 1980, dai tempi del terremoto) c’è un serie di locali dove vengono tenuti i cani. Vi si accede attraverso un buco nella parete. Al di là di quello si aprono stanze, cortili, cornicioni, balconi. Perfino l’altarino del santo è occupato da un cane, rinchiuso tra le sbarre di un recinto sacro. Intorno a me non c’è ricchezza, di nessun tipo. A mano a mano che entro in questo mondo parallelo e buio e sconosciuto, emergono delle scene di crudeltà e violenza che convivono, senza contraddizione o scandalo con immagini di quotidianità e bellezza. Sintesi perfetta è il tatuaggio di uno dei protagonisti di questa storia: il coltello e la farfalla. I contrasti non stupiscono Napoli, che anzi li guarda da sempre senza scomporsi, città per eccellenza in cui antico e moderno, dentro e fuori, sacro e profano, come anche immaginario popolare e cultura alta, legale e illecito, tradizioni antichissime e vita spicciola, rimangono in opposizione ma coesistono. Un padre si mostra fiero del suo animale, col figlio in braccio, e pare una scena di caccia, potrebe essere il ritratto di un antico nobile. I padroni dei cani fanno esercitare gli animali per ore: appesi coi denti a un copertone d’auto, issati con grosse corde tirate su dal tetto, dai terrazzi, dalla strada.

E i denti si stringono sempre di più, fino a toccarsi. Ma non è tutto, un’altra mano tira la bestia per la coda. Ogni cane che si senta afferrare da dietro molla la presa immediatamente. Questi no, restano tesi in due direzioni. In un angolo nascosto ad occhi indiscreti Demon, un pitbull di razza red nose, corre su un tapis-roulant che si muove grazie al motore di una lavatrice.
Ma i cani sono anche i compagni di gioco dei ragazzini che partecipano, imitandolo, al gioco orrifico dei grandi. Il cane è, in un certo senso, parte della famiglia e della casa e, come i membri della famiglia è amato e maltrattato. L’uomo è il cane. I maschi servono a combattere, le femmine si tengono invece per la riproduzione. Una di loro stringe il suo piccolissimo cucciolo, guardandoti sottomessa. I protagonisti umani trovano dei fratelli, la rabbia che nasce dalla pressione di un’esistenza quotidiana vissuta ai margini della legalità e oltre, la paura della prigione, ma anche l’affannosa ricerca di status symbol (propria di una cultura della precarietà e dell’insicurezza, che invertendo la gerarchia dei bisogni, trasforma in essenziale il superfluo) fanno sì che gli uomini trovino sfogo ad istinti bestiali e si accaniscano con i più deboli. L’aggressività esplode con violenza contro i propri simili. Uomini e cani vivono nella paura, talvolta perfino le punizioni si somigliano: la galera del cane diventa la gabbia dello zoo comunale, prestata al Tribunale di Napoli. In attesa di giudizio.